Prove di dialogo tra le forze di centrodestra per trovare soluzioni alternative al centralismo renziano e superare l’ormai datato e forse anacronistico modello delle Regioni. Se ne è avuto un assaggio ieri, nel convegno “Dare ragione alla macroregione”, organizzato dalla Costituente civica popolare, che riunisce le forze moderate di centrodestra, e dalla fondazione Ricostruiamo il Paese, progetto politico del sindaco Flavio Tosi.
È stato proprio quest’ultimo a indicare quella che, a suo avviso, risulta l’unica strada tecnicamente percorribile per tutelare l’autonomia del Veneto. Esclusa da tempo la secessione, per Tosi «vanno utilizzati gli strumenti messi a disposizione dalla stessa Costituzione, a cominciare dall’articolo 132, che prevede la possibilità di disporre la fusione di regioni esistenti». Perché ciò avvenga, è necessario che ne facciano richiesta i consigli comunali, pari almeno a un terzo delle popolazioni interessate, e che la proposta sia approvata da referendum dalla maggioranza delle popolazioni.
«Il Veneto potrebbe fare da regione capofila in questo percorso», sostiene il sindaco, che strizza l’occhio al Trentino Alto Adige e al Friuli Venezia Giulia, entrambe regioni a statuto speciale per creare una macroregione del Nordest. «Rispetto al Nordovest noi abbiamo avuto uno sviluppo economico e sociale diverso. Con il territorio del Nordest condividiamo invece caratteristiche ed esigenze di tipo economico ed infrastrutturale: assieme al Friuli potremmo diventare la porta a Est dell’Italia, mentre con il Trentino la porta a Nord».
Più Nordest insomma e meno Lombardo Veneto, come ha detto anche il presidente del Censis, De Rita, in una delle sue ultime analisi. Del resto, la stessa richiesta di un referendum per l’indipendenza del Veneto, promossa nei mesi scorsi, secondo il sindaco ha poche speranze concrete: si tratta di provocazioni per aprire il caso politico in uno scenario nazionale che vede un forte ritorno al centralismo.
Una riflessione che ha preso il via dopo l’impietosa analisi dell’attuale situazione del regionalismo italiano, proposta da Luca Antonini, ordinario di diritto costituzionale dell’Università di Padova. Dall’imposta unica Iuc, che invece di semplificare ha portato a un «inferno fiscale», alla semi-abolizione delle Province, che rischia di lasciare in mobilità migliaia di dipendenti. Fino ad arrivare alla riforma in discussione, che supera sì l’antiquato bicameralismo perfetto, ma «tratta la Costituzione come un regolamento di condominio, dove rischia di venire meno il principio di responsabilità». Un regionalismo che va rivisto anche nelle dimensioni geografiche delle Regioni.
Ha portato invece l’esempio di un modello virtuoso Reinhold Bocklet, vicepresidente vicario del Parlamento della Baviera: da regione federale più povera della Germania alla fine della Seconda guerra mondiale, la Baviera ha saputo risollevarsi, diventando la più forte economicamente. Un risultato raggiunto, secondo Bocklet, grazie a 66 anni di stabilità politica con governo in mano al partito Csu, all’assenza di funzionari politici e al modello del sindacato partecipativo all’interno delle aziende. Bocklet non ha voluto sbilanciarsi in consigli per l’Italia ma ha caldamente invitato a insistere sul lavoro sulla creazione di posti.
La parola finale è andata al senatore Mario Mauro, presidente dei Popolari per l’Italia, secondo cui «l’assetto dello Stato italiano deve andare nella direzione di rispondere al meglio alle esigenze dei cittadini: le riforme gridate non servono: oggi c’è bisogno di riforme vere». Tra i compagni di viaggio potranno esserci tutti i moderati del centrodestra che condividono la necessità di riforme vere anche in Europa per creare una vera federazione di Stati.
Il convegno, moderato da Maurizio Battista de L’Arena, ha visto in sala anche Germano Zanini, tra i fondatori della Costituente civica Popolare, assieme a Domenico Menorello, gli ex parlamentari Ettore Bonalberti e Gianni Fontana, oltre a Fabio Venturidella Fondazione Ricostruiamo il Paese.M.Tr.