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Bella, anzi bellissima, Elisabetta di Baviera, detta Sissi, lo era certamente. Anche se, forse, un po’ meno di quanto voglia la leggenda cresciuta attorno alla sua figura.
La sorella maggiore, Elena, secondo quanto si diceva all’epoca, era più bella e, istruita e ammirata, sembrava destinata a un avvenire più grande. Non a caso era stata proprio quest’ultima la prescelta per il matrimonio del secolo, quello con il giovane imperatore Francesco Giuseppe. Il destino decise altrimenti. Quando, nel 1853, le due sorelle, accompagnate dalla madre, si recarono a Ischl, in occasione del genetliaco dell’imperatore d’Austria, si ebbe il colpo di scena che stravolse le trame matrimoniali della madre dell’imperatore, l’arciduchessa Sofia, e della zia, mamma di Elena e di Sissi la duchessa Ludovica.
Francesco Giuseppe rimase colpito da Sissi, allora sedicenne, una giovinetta con lunghe trecce biondo-scuro e lo sguardo melanconico. Fu, davvero, amore a prima vista. I due, primi cugini, si sposarono l’anno dopo nella chiesa degli Agostiniani a Vienna dopo aver ottenuto la dispensa papale.
Iniziò per Sissi una vita di corte, impegnativa e talora opprimente, intrisa di formalismo e di cerimoniale spagnolesco, tanto diversa da quella che aveva condotto, libera e spensierata, nella sua Baviera, a contatto diretto con la natura. Ne soffrì e, soprattutto, soffrì il protagonismo e l’invadenza della zia e suocera, l’arciduchessa Sofia che, gelosa custode dei riti e delle tradizioni asburgiche, mal tollerava il suo anticonformismo. Negli austeri saloni della Hofburg, la vita della giovane imperatrice non era particolarmente felice malgrado la passione che legava i due coniugi. Sissi si sentiva come un «gabbiano prigioniero nel castello».
Vennero i figli (e con essi nuove tensioni con la suocera), i viaggi di Stato nei territori dell’impero dal Lombardo Veneto all’Ungheria, poi i suoi soggiorni solitari all’estero. Si ebbe la sensazione che i due sposi attraversassero crisi profonde, ma non è vero. Francesco Giuseppe fu sempre innamorato della moglie e ne serbò il ricordo anche dopo che il pugnale dell’anarchico Luigi Lucheni le tolse la vita nel 1898 a Ginevra. Anche i sentimenti di Sissi non mutarono. Una sua poesia, intitolata Sogno su Francesco Giuseppe, scritta avanti negli anni, lo conferma: «Questa notte ho sognato che eri morto/e il mio cuore era dolorosamente commosso./ (…)/ Forse mi stringerai ancora sul tuo cuore:/ ciò che mi rende tanto triste, è proprio/ il fatto che il mio cuore è pietrificato, morto per una tale felicità».
La vicenda umana di Sissi, la cui vita fu spenta tragicamente e fu costellata da sventure continue, rappresenta metaforicamente il lato inquieto e drammatico, quasi tellurico, di quel mito asburgico che ancora sopravvive. Alla bellissima imperatrice e al suo infelice destino la Rai ha dedicato una trasmissione del ciclo «Il tempo e la storia» che sarà trasmessa il giorno di capodanno sui canali di Rai 3 e di Rai Storia e che ripercorrerà i momenti più significativi della vita di Sissi per coglierne la verità storica al di là del mito.
Di lei si è detto che sia stata una femminista ante litteram, democratica e, addirittura, repubblicana, libertaria e, persino, protocomunista. Molte delle poesie che scrisse in segreto e non volle pubblicare potrebbero, a una lettura superficiale, farlo credere. Ma la realtà è ben diversa. Sissi era consapevole delle difficoltà che stava attraversando l’impero multi-nazionale tenuto in piedi dalla personalità del marito e si preoccupava del futuro. Svolse un ruolo politico importante, spingendo, per esempio, Francesco Giuseppe al «compromesso» del 1867 che trasformò l’impero austriaco nell’Austria-Ungheria, uno Stato con due capitali, due parlamenti, due gabinetti, ma con i ministeri più importanti – guerra, esteri e finanze – mantenuti unici.
Non voleva la fine dell’impero, tanto è vero che, quando il suo amato cugino Ludwig di Baviera riconobbe il Regno d’Italia, lei, Sissi, gli scrisse, adirata e «sorpresa» perché con quell’atto veniva meno la solidarietà ai principi italiani detronizzati. Fu, in realtà, la bella e sfortunata Elisabetta, una sovrana capace di cogliere le indicazioni della storia. La sua esistenza si sviluppò parallelamente al tramonto di un grande impero e alla corsa verso la fine di un’epoca e di una civiltà. Quell’epoca e quella civiltà che Stefan Zweig definì, con accenti nostalgici, «il mondo di ieri».
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