Manifestazione contro le tasse universitarie alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera.
«Lo studio a pagamento è stato bocciato», con questo titolo Der Spiegel, il più prestigioso settimanale tedesco, dà la notizia che anche gli ultimi due Länder roccaforti delle tasse universitarie, Baviera e Bassa Sassonia, si avviano ad abolirle.
Facciamo un passo indietro. Nella Repubblica Federale Tedesca si sono pagate tasse universitarie sino al 1970 nell’importo di 150 marchi a semestre; nel 1970 a partire da Amburgo dilaga una protesta studentesca contro le tasse universitarie, che nello stesso anno vengono abolite. La situazione è rimasta invariata anche dopo la riunificazione nel 1989 e sino al 2002, quando sette Länder, Baden-Wüttemberg, Sassonia-Anhalt, Assia, Amburgo, Baviera e Sassonia, decidono di reintrodurre le tasse universitarie per 500 euro a semestre – decisione che la Corte Costituzionale approva solo nel 2005. Ma da allora già cinque di questi Länder hanno nuovamente abolito le tasse universitarie a seguito delle proteste di studenti e professori e di cambi di governo e i due restanti lo faranno con ogni probabilità nei prossimi mesi.
Dunque non esattamente la stessa situazione che si verifica in Italia. Dell’aumento della tassa regionale e della ridistribuzione del totale annuo tra le due rate delle tasse universitarie questo giornale ha già trattato; a meno di una settimana dalla scadenza per il pagamento della prima rata per le matricole (6 novembre) e a due settimane dalla scadenza per gli studenti iscritti ad anni successivi al primo (16 novembre), mentre tutti i nostri lettori sono alle prese con CAF e calcolatrici, possiamo solo aggiungere qualche osservazione relativa al foglio di calcolo dell’ISEE disponibile sul sito della Sapienza.
Qualcuno avrà tirato un sospiro di sollievo trovando un modulo decisamente snellito rispetto a quello degli anni precedenti, resta però il sospetto che la scomparsa di alcuni dei campi da riempire non rappresenti un vantaggio per lo studente. Ad una rapida verifica risulta ad esempio che a parità di reddito se nel nucleo familiare è presente un solo genitore il livello Isee addirittura sale rispetto a quello di un nucleo familiare con entrambi i genitori (la ragione sarà probabilmente che c’è in famiglia una persona in meno da mantenere). Negli anni passati, invece, il foglio di calcolo contemplava notevoli riduzioni per nuclei con un solo genitore, ed era peraltro possibile specificare se tale situazione fosse dovuta a un divorzio o al decesso di uno dei due genitori. Ma c’è dell’altro, anzi, non c’è più. In passato si chiedeva di indicare se facessero parte del nucleo familiare altri figli iscritti all’università, anche questo campo ora è scomparso, resta solo la possibilità di indicare il numero di fratelli e se alcuni di essi siano ancora minorenni. Provando a ‘giocare’ un poco col foglio di calcolo si otterranno esiti sconcertanti: a parità di reddito familiare complessivo, l’aumento del numero di fratelli comporta certamente una riduzione del livello Isee ma il nuovo modulo alleggerito risulta inadeguato a valutare certe situazioni familiari.
Cartelli in una manifestazione in Germania contro le tasse universitarie: “Chi non paga rimane stupido”.
Poniamo il caso fittizio di una coppia con un reddito complessivo di 100.000 euro l’anno oltre ad un appartamento medio-grande in zona semi-centrale: con un solo figlio la famiglia rientrerà nella 27° fascia Isee (1.610 € di tasse l’anno), con due figli nella 23° fascia (1.372 €), con dieci figli nella 10° (717 €) e con venti figli nella 6° (581 €). Non è previsto in alcun modo che si specifichi se e quanti degli altri figli sono iscritti all’università; il risultato esilarante -ma esilarante solo perché il nostro caso limite è immaginario- sarà che la stessa famiglia, restando immutato il suo reddito complessivo, nell’ipotesi che per assurdo tutti i figli siano iscritti all’università, pagherà per due figli 2.744 € l’anno di tasse, per dieci figli 7.170 € e per venti figli (sic) 11.620€, cioè più del 7% del reddito familiare complessivo.
Ma lasciamo ad altri i fogli di calcolo excel e torniamo all’articolo di Der Spiegel da cui avevamo preso le mosse. L’autore, Oliver Trenkamp, si interroga così: «Il morbo dello studio a pagamento racconta però anche una storia sul federalismo dell’istruzione, su quanto è sfilacciata quella che Angela Merkel chiama Bildungsrepublik [Repubblica dell’istruzione, NdR]. Come si dovrebbe spiegare a qualcuno il fatto che a Stoccarda non si debba pagare nulla per studiare, a Monaco invece sì? Perché la Sassonia introduce tasse per i fuori corso e il Brandeburgo no? Per non parlare poi delle diverse forme di scuola, di esame finale, di ordinamenti universitari.» Forse una riflessione simile dovrebbe essere estesa anche a livello europeo, sulle anomalie di un’unione che pretende l’omogeneità economica degli stati membri ma non si cura degli abissali dislivelli di tenore di vita tra di loro, che ci ha regalato il sistema universitario del 3+2 e dei crediti, ma lascia che in alcuni stati lo studio universitario sia gratuito, in altri abbia un costo proporzionale al reddito dello studente e in altri ancora un costo fisso.
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