Il Balzan al detective di Vivaldi

Reinhard Strohm, nato a Monaco di Baviera nel 1942, riceve quest’anno il Premio Balzan per la musicologia, che gli sarà conferito al Quirinale dal Presidente della Repubblica, la mattina del 14 novembre. La motivazione indica i molti meriti scientifici di questo studioso che è davvero, e non secondo una formula convenzionale, un maestro del sapere musicale. I suoi primi studi musicologici e letterari, compiuti a Monaco, Pisa, Milano, Berlino, hanno unito alla conoscenza precisa degli strumenti filologici, organologici e paleografici necessari a un musicologo l’esplorazione delle lingue, letterature e culture classiche.

Molto presto, Strohm si è impadronito anche della lingua italiana, senza la cui conoscenza sarebbe difficile avventurarsi nella musica medievale e rinascimentale, per non parlare del tirocinio nella musica pratica (classica e moderna): violino, pianoforte, musica corale. Del resto, il suo trasferimento al King’s College London nel 1975, dove è stato docente fino al suo periodo americano come cattedratico all’Università di Yale (1983-1990) e da dove è ritornato come professore al King’s College London (1991-1996), spostandosi poi a Oxford (1996-2007), dove alla Facoltà di musica tuttora esercita insegnamento e ricerca, si accorda bene con i suoi interessi per la classicità ellenico-romana, il cui studio è nella tradizione universitaria tedesca e britannica. I grandi esiti ottenuti da Strohm sono stati raggiunti soprattutto nella storiografia della musica europea del Quattrocento e del Settecento, nella sistemazione critica della musica operistica di Georg Friedrich Händel e Antonio Vivaldi, e nell’edizione delle opere di Richard Wagner in collaborazione con Carl Dahlhaus, Martin Geck ed Egon Voss. Il Balzan, vero “Nobel musicologico”, si unisce ai già numerosi premi da lui ricevuti.

Il ricercatore non di rado deve trasformarsi in detective, e il musicologo non fa eccezione. Reinhard Strohm è l’indagatore che oggi domina il lavoro di ricerca su Vivaldi e sul contesto storico della musica europea in cui Vivaldi fu attivo. È l’erede di una sequenza “dinastica” di esploratori, apparsi sulla scena verso la metà del secolo XIX, quando la musica vivaldiana era quasi completamente caduta nel l’oblio: la sua grandezza fu una dimensione che si rivelò a poco a poco suscitando stupore negli stessi scopritori, fin da quando alcuni studiosi fra cui Julius Rühmann, Paul Waldersee, Philipp Spitta, durante l’immenso lavoro di pubblicazione dell’opera completa di Bach, si resero ragione dell’influenza esercitata sulla creatività bachiana da Vivaldi, incombente come un’ombra dai contorni indistinti, e rivelato grazie a un vero e proprio “dissotterramento”.

Strohm dichiara la sua gratitudine a un musicista militante come Federico Sardelli, che ha curato il catalogo aggiornato delle opere di Vivaldi, ma, egli dice con qualche preoccupazione, «occorre superare parecchie difficoltà. Una fra esse è, com’è ovvio, la possibilità che i ricercatori dovrebbero avere di accedere alle partiture vivaldiane. Sarebbe indispensabile promuovere e finanziare la digitalizzazione di tutte le fonti della musica vivaldiana. Un’altra priorità sarebbe il confronto critico della musica vivaldiana con quella dei contemporanei di Vivaldi, specialmente di scuola veneziana». Noi aggiungiamo: l’Italia possiede tesori inestimabili e invidiati, ma i custodes ritengono più “economico” scegliere che il nostro patrimonio vada in rovina.

Eppure, osserva Strohm, «la cultura musicale italiana in genere non sembra funzionare molto peggio di quella di altri Paesi, se si considerano anche gli aspetti di collaborazione internazionale oggi in atto, desiderosi di maggiore sviluppo. Però, è vero che nella realtà educativa, scolastica e universitaria, esistono aspetti allarmanti. Anche qui, le collaborazioni internazionali possono aiutare. Comunque, le università, i conservatori e gli enti privati di educazione musicale dovrebbero dialogare, e accordarsi su divisioni di lavoro più razionali, efficaci ed economiche.

Il governo dovrebbe accogliere messaggi chiari dai musicisti italiani (e dalle istituzioni musicali in genere), che insistano sul rinnovamento dell’educazione musicale secondo modi nuovi, flessibili ed efficaci. Basta, soprattutto, con la dieta da fame degli istituti universitari di musica. Da uno sviluppo della cultura musicale, tutta una nazione trae soltanto vantaggio».

Colpisce, di Strohm, la perfetta conoscenza della lingua italiana. Egli racconta di sé: «Ho avuto la fortuna di studiare in Italia per due anni accademici. Il primo soggiorno avvenne già nel mio secondo anno universitario, quando facevo ricerche individuali e disordinate sulla musica medievale italiana. L’apprendimento della lingua e della cultura medievale-classica d’Italia è stata la base di tutti i miei interessi come storico della musica. In questo sono stato aiutato da alcuni carissimi amici italiani, conoscitori e conoscitrici di cultura, letteratura, storia e musica. La mia gratitudine verso questi amici e la memoria dei nostri studi e discussioni saranno per me un valore perenne. In una seconda fase di vita, scelsi l’opera italiana per la tesi di dottorato. Concentrandomi sull’opera seria dell’epoca barocca, ho potuto fare uso delle prime esperienze e aprirmi uno spazio affascinante nel territorio dell’arte drammatica, non solo italiana ma europea».

Da un incontro con Reinhard Strohm, usciamo con ammirazione per l’uomo di scienza, con invidia per le maggiori possibilità di cui uno studioso dispone nel suo Paese, con amarezza per il confronto con la situazione della ricerca in Italia. Senza che lo sollecitiamo, Strohm ammonisce garbatamente: «Credo nelle collaborazioni internazionali. Da questo si può ancora ripartire. Anche al livello post-graduate ci sono ancora possibilità di formarsi all’estero, ed esistono progetti universitari di scambio per ricercatori e insegnanti. Vedo con dispiacere che esiste un orientamento, anche di alcune amministrazioni universitarie, contrario ad accreditare musicisti e musicologi che si siano perfezionati all’estero e vogliano ritornare per dare un contributo al lavoro culturale in Italia. Invece si dovrebbe dare un credito speciale a chi abbia preso l’iniziativa di perfezionarsi a livello internazionale. Questo vale ugualmente per musicisti esecutori e studiosi di musicologia».

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Musica, Reinhard Strohm, Antonio Vivaldi, Richard Wagner, Julius Rühmann, Paul Waldersee, Philipp Spitta, Monaco, Georg Friedrich, Carl Dahlhaus, Federico Sardelli, Egon Voss, Martin Geck, Italia, King’s College London

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