È considerato l’artista trentino più attento ai costumi e alle bellezze naturalistiche della sua terra

Eugenio nasce a Caldonazzo in via Case Nuove da Domenico Prati e Lucia Garbari, primo di quattordici figli, il 27 gennaio 1842.
All’età di quattordici anni lascia la famiglia per recarsi a Venezia, dove frequenta per un decennio l’Accademia di Belle Arti, allievo di Michelangelo Grigoletti, Pompeo Molmenti e Karl Blass, e compagno di studi di Tranquillo Cremona, Federico Zandomeneghi, Giacomo Favretto, Luigi Nono e Guglielmo Ciardi.
Il vero distacco dalla sua terra avviene nel 1866 quando sceglie di proseguire gli studi artistici a Firenze, decisione resa possibile grazie all’intercessione del barone don Giovanni a Prato.
Il soggiorno toscano, dove cura l’amicizia con i poeti trentini Andrea Maffei e Giovanni Prati, dura tredici anni, interrotto solo da saltuarie visite in Trentino e da due viaggi a Roma nel 1872 e nel 1874 in compagnia della sorella Isabella.
In questo periodo, in cui fa la conoscenza dei macchiaioli Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Silvestro Lega, si dedica prevalentemente a opere di soggetto storico e religioso.

Il 20 dicembre 1868 vince una medaglia d’oro al concorso triennale dell’Accademia fiorentina di Belle Arti con il dipinto «Il Barocci presentato a Michelangelo», ora esposto nella sala dell’Ottocento della Galleria dell’Accademia di Firenze.
L’anno seguente espone «Il generale Garibaldi a Milazzo» nella sala dell’Accademia Linguistica presso la Società Promotrice di Belle Arti di Genova.
Durante il lungo apprendistato artistico si avvicina anche alla pittura realista, studia la tecnica della macchia toscana e la vaporosa pennellata degli Scapigliati lombardi.

A poco a poco le regole accademiche e la rigidità del disegno cedono il posto ad uno stile personale ed espressivo, i cui primi tentativi si ritrovano in quadri quali «Madre amorosa» del 1877, «Piccola mendicante» (di cui si conosce la versione eseguita nel 1881 e conservata presso il Comune di Ardore in Calabria) premiato con medaglia di bronzo all’esposizione fiorentina del 1877, e «Amor non prende ruggine», presentato nel 1879 a Monaco di Baviera.
In questo periodo realizza «Nozze d’oro», esposto alla Mostra Nazionale di Milano nel 1881, e premiato con medaglia d’argento all’Esposizione Internazionale di Nizza nel 1884; ed acquistato nella terza versione nel 1896 dall’imperatore Francesco Giuseppe, ora conservato a Vienna presso la Österreichische Galerie Belvedere.
Il soggiorno fiorentino termina in seguito al matrimonio con Ersilia Vasselai di Agendo, celebrato il 26 maggio 1879 da Don Giuseppe Grazioli.
Al rientro in Trentino Prati sceglie di vivere dapprima a Caldonazzo, poi nel paese della moglie dove rimarrà fino al 1893.
Durante questa lunga permanenza indaga la vita quotidiana di paesani, contadini e pastori che ritrae con pennellate briose e con una sottile vena umoristica molto apprezzata da pubblico e critica.

È considerato l’artista trentino più attento ai costumi e alle bellezze naturalistiche della sua terra.
Ben presto la sua notorietà si diffonde in tutta Italia grazie all’assidua presenza nelle più importanti mostre nazionali di Venezia, Milano, Torino, Bologna, Genova, Firenze, Roma, Como, Verona, Gorizia, Trento e Palermo. Partecipa anche alle esposizioni internazionali di Berlino, Monaco di Baviera, Chicago, Londra, Nizza, Parigi, San Pietroburgo e Vienna, dove ottiene importanti apprezzamenti e riconoscimenti.
Gli impegni espositivi e i soggiorni di lavoro a Venezia, a Sopramonte e ad Ala lo allontanano dalla Valsugana per periodi limitati. Nel 1893 si trasferisce con la famiglia a Trento, in via Grazioli, dove continua l’attività di insegnante di pittura di alcuni aristocratici trentini; e nello stesso anno vince a Chicago la medaglia d’oro con «Primi fiori a Venezia».

Dal 1893 al 1907 entriamo nel terzo periodo della sua produzione artistica, nel quale abbandona i soggetti prediletti del secondo periodo, come la figura umana animata dai vari sentimenti, e si dedica a soggetti mistici, sacri, simbolici, mutando anche la tecnica pittorica.
D’ora in poi la sua produzione perde il suo carattere verista essenzialmente psicologico, e la nota predominante delle sue opere diviene la completa fusione tra figura e natura proiettata verso la spiritualità.
Nel 1895 partecipa con Giovanni Segantini, Bartolomeo Bezzi e il fratello Giulio alla prima Biennale di Venezia esponendo «Solitudine» e «Prendete!».
Nel 1903 partecipa all’Esposizione di Monaco di Baviera con l’opera «Poesia della montagna», segnalata tra le migliori dell’ultimo periodo, raffigurante una contadinella in ginocchio su un prato probabilmente in località «Giamai» di Caldonazzo, colta in un momento di preghiera con la testa abbassata e avvolta da un fazzoletto bianco, le mani conserte appoggiate sul grembiule. Di fianco una pecora con il suo agnellino, simbolo della purezza d’animo, sullo sfondo il campanile di Caldonazzo e il suo incantevole lago.

I migliori critici dell’arte a livello italiano di fine Ottocento da Luigi Chirtani a Fontana, da Silvio Domenico Paoletti a Victore Grubicy gli riservano notevoli apprezzamenti e lo giudicano tra i migliori protagonisti dell’arte contemporanea italiana.
All’età di sessantacinque anni incurante del freddo trascorre ancora le sue giornate a dipingere all’aperto per cogliere le sfumature cromatiche dei paesaggi trentini.
Ma i primi di marzo del 1907 si ammala gravemente e l’8 marzo si spegne a Caldonazzo, lasciando incompiuta l’opera intitolata «La seconda madre» che avrebbe dovuto esporre alla mostra internazionale di Monaco di Baviera.
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